martedì 28 giugno 2016

Si stava meglio quando si stava peggio?



Si stava meglio quando si stava peggio?


Dove sono finiti i giocolieri, i cantastorie e gli artisti? 
Una volta le piazze erano animate dalla loro gradevole presenza, l’aria era impregnata di vita e la gente accorreva ad assistere ai loro spettacoli, alle loro opere e si emozionata, tornando a casa piena di buoni propositi, per il semplice fatto che uno sconosciuto aveva irradiato i loro spiriti di gioia.

Una volta ognuno poteva esprimere il proprio talento, senza tanti permessi, le piazze erano pubbliche davvero, oggi lo sono solo a parole, se non hai il permesso del Comune ti danno dell’abusivo e mandano le autorità a punirti. 


Ti multano per aver manifestato il tuo talento.

Questo è il presente, immagino che futuro di questo passo significherà fontane pubbliche a pagamento, i cessi già lo sono…


Quando parliamo di passato, pensiamo subito a quando si stava peggio, forse per via della mancanza degli apparecchi tecnologici cui oggi non riusciamo a farne a meno, ma è anche vero che la vita nel passato scorreva molto più lentamente e l’ozio faceva parte della quotidianità dell’uomo, tanto quanto lo è la sveglia per l’uomo moderno oggi. 

L’ozio era considerato una virtù sia dagli antichi greci, sia dagli antichi romani, che ben distinguevano i periodi di negotium, l’insieme delle attività dedicate alla cura dei propri affari, dall’otium, dove si praticava il riposo e si dedicava il proprio tempo a ricerche intellettuali e personali.



Solo nel nostro recente passato l’ozio 
è stato demonizzato, diventando sinonimo 
di pigrizia e inattività.


Il contadino per esempio, che con l’avvento dell’era industriale fu dipinto come una figura rozza e ignorante, puzzolente e sempre sporco di terra, in realtà lavorava molto meno di noi uomini colti e puliti oggi.


Certo è vero, nelle classi povere di un tempo si riscontrava tanta ignoranza e troppo poca cultura, ma una cosa è certa, negli uomini di campagna di allora c’era ancora tanta umiltà, tanta bontà d’animo, caratteri forti e sani principi.

La vita contadina era fatta si di grandi lavorate, ma anche di dolci momenti di svago, dove si organizzavano feste, sagre ed eventi in grandi quantità, dove si ballava e si cantava fino al mattino. 



La sera poi, gli abitanti dei piccoli villaggi si radunavano solitamente all’interno di una grande stalla, dove avvolti dal calore delle vacche e della paglia, i contadini narravano storie, discutevano, incontravano i propri amori, mangiavano e si ubriacavano. 

Nel passato il lavoro era lavoro e le feste erano feste, e non banali pause per ricaricare le energie spese durante la settimana, nel passato lavorare la domenica era tassativamente vietato , grazie anche alla superstizione religiosa che considerava un vero e proprio peccato lavorare durante i giorni festivi.



Credo che tutte quelle persone, oggi costrette al lavoro forzato nei giorni festivi, rinchiuse dalla mattina fino alla sera all’interno di negozi e supermercati, sotto la costante minaccia di licenziamento nel caso volessero opporsi alle regole di sfruttamento padronale, tornerebbero volentieri alle vecchie superstizioni, pur di godersi il santo riposo del fine settimana.



Tornando indietro di alcuni secoli, scopriamo che i contadini medievali lavoravano molto meno di noi uomini moderni, difatti, quando si celebrava un matrimonio, le nozze, un battesimo, o una delle tante feste religiose, allora presenti, queste significavano per i popoli lunghi giorni di svago, dove ci si asteneva tassativamente dal lavoro, se ne deduce dunque, che il lavoro nel passato non era il pilastro portante della vita, ma solo un mezzo di sostentamento.
L’assenza di corrente elettrica poi, a illuminare strade, case e città, faceva si che il tempo del dovere fosse limitato a sei/otto mesi l’anno, in poche parole il tempo tra la semina e il raccolto nei campi. 


Lavorare durante la notte allora avrebbe significato un inutile spreco di candele, con il serio rischio di incendiare involontariamente alloggi e abitazioni, che al tempo erano costruiti in gran parte di legno, e non era la sveglia a segnare il passo delle loro vite, bensì il Sole. 

La vita contadina medievale, infatti, iniziava con il sorgere del sole e terminava con il suo calare all’orizzonte, non c’erano orari da rispettare né cartellini da timbrare, ogni pasto era seguito da una dolce pennichella, che variava dai dieci minuti, fino a un’ora. L’importanza del riposo dopo-pasto, mirava ad aiutare il proprio stomaco a digerire correttamente il cibo assunto, evitando in questo modo la classica fiacchezza avvertita dal lavoratore moderno dopo pranzo. 




Il lavoro andava svolto quando il tempo lo permetteva, si deduce quindi che i lunghi inverni, dove la luce solare durava solo poche ore al giorno, fossero dedicati all’ozio e al tempo libero, tempo che gli abitanti delle campagne dedicava soprattutto alla creatività, scolpendo il legno, dipingendo, suonando e creando giocattoli per i più piccoli.

Le donne anziane pelavano fagioli con i propri nipotini, preparavano loro dolci deliziosi e tessevano a mano maglioni di lana, c’era amore nel loro modo di fare e a ogni cosa veniva dato molto valore. 


Le sedie per esempio, duravano una vita, perché si sapeva quanta fatica e quanto tempo era costato farle. 

Il cibo non era sempre disponile, c’erano i cosiddetti “periodi di magra”, dove bisognava misurare le singole razioni per avere ancora cibo sufficiente nei giorni a venire, lo spreco non era tollerato.



Che cosa resta oggi di quello stile di vita? 


Il progresso ha distrutto rapidamente l’artigianato e noi uomini moderni abbiamo fatto sparire lo spirito che animava quei modi di fare, abbiamo preferito le marmellate industriali a quelle fatte in casa e le sedie di plastica a quelle in legno, le nonne d’oggi non cucinano più dolci per i loro nipoti, né tessono loro più nulla, perché i giovani d’oggi non indosserebbero mai qualcosa che non abbia stampato sopra una marca famosa, le nonne e i nonni d’oggi non hanno nemmeno più la libertà di morire a casa loro, perché vengono consegnati in fretta e furia a qualche casa di riposo, per non risultare d’impiccio ai propri figli, troppo impegnati a stare in groppa alle loro vite frenetiche. 


I nonni d’oggi muoiono spesso soli e abbandonati a se stessi, peggio andrà ai nonni del futuro, cioè noi, che molto probabilmente ci ritroveremo ancora chiusi in fabbrica all’età di settant’anni, in attesa di ricevere la tanto attesa pensione, allora non ci saranno più i nonni sorridenti e premurosi, tanto cari alle pubblicità, che impastano e sfornano dolci per nipoti e figli, ma solo vecchi esausti, ansiosi di passare a miglior vita. 



E’ questo che vogliamo 
per noi e per i bambini del futuro?


Il lavoro nella vita contadina fondamentalmente era collettivo, nel senso che le case si costruivano in famiglia o tra amici e conoscenti, allora non serviva spendere fior di quattrini per geometri, architetti, idraulici, elettricisti, muratori e ingegneri, bastava solo un po’ di buona volontà.






Oggi grazie alle infinite leggi che vengono sfornate ogni giorno, tutto questo non è più possibile, tutto dev’essere ufficializzato su carta, tutto dev’essere vincolato da mutui, ogni muro esige di essere “autorizzato” e certificato da terzi.  



Nel tempo si è voluto distruggere e vietare l’arte di arrangiarsi, facendo perdere anche quello che era lo spirito di gruppo che faceva del lavoro faticoso un piacevole passatempo tra amici, come raccogliere il fieno, le patate, falciare il grano o lavare i panni al fiume.


Gli uomini di un tempo erano dei veri e propri “tuttofare”, aggiustavano da se il lavandino quando gocciolava, si pulivano il camino quando era intasato, carburavano le loro automobili quando non funzionavano, collegavano cavi elettrici, sistemavano le tegole del tetto quando tirava vento, e tutto questo senza tanti diplomi e corsi di specializzazione! 

Ognuno di voi sicuramente avrà in famiglia uno di questi preziosi uomini tuttofare, ormai in via d’estinzione, teneteli da conto.

Quello che voglio dire, è che il contadino di un tempo si lavorava tante ore, ma lo faceva secondo i propri ritmi e i propri orari, senza dover giustificare i propri giorni di malattia a qualcun altro, in poche parole era il solo ed unico padrone del suo tempo.



Poi che successe? 


Successe che i capitalisti avevano bisogno di sempre più forza lavoro per aumentare i loro profitti nelle industrie e allora diffusero l’idea che lavorare in fabbrica era molto più civile e bello che faticare nei campi sotto il sole, per far questo si servirono soprattutto dei mezzi d’informazione, si fa per dire…ovvero di giornali, radio e tv, che promettevano la bella vita a chi abbandonasse le campagne per andare a vivere in città, dove tutto era a portata di mano e dove si prospettava un futuro di comodità, abbondanza e ricchezza.



Non fossero bastati i capitalisti avidi di denaro, si misero pure gli alleati americani, che ci liberarono da un dittatore per schiavizzarci subito dopo con il loro stile di vita frenetico, i loro malsani cibi industriali, i loro zuccheri raffinati che tanta gioia e tanto denaro hanno portato ai nostri dentisti, il boom economico che ci ha spinti a diventare dei super-consumatori, nonché degli spreconi di prima categoria, e poi i vestiti sempre più scollati e attillati, infine la pornografia.



Tutte cose che non solo ci hanno irrimediabilmente schiavizzato, ma che con il passare del tempo ci hanno resi sempre più perversi e mentalmente instabili, abbiamo così via via abbandonato le nostre tradizioni per lasciar posto al degrado della vita moderna, con le sue perversioni, il suo esibizionismo, la sua violenza, la sua mania di superiorità.



L’illusione della comodità nelle città, di fare la fortuna accettando un lavoro con uno stipendio fisso mensile, di essere istruiti nelle scuole di Stato e la possibilità di conoscere tanta gente nuova, bastò a fare abbandonare sempre più velocemente le campagne e la montagna agli uomini, ma soprattutto ai giovani sognatori, che fuggirono in massa verso le città convinti di trovare il Paese dei Balocchi, causando in breve tempo la sovrappopolazione dei centri urbani.



Dall’era industriale in poi, 
il mondo divenne ogni giorno più caotico 
e tuttora continua a esserlo.


Contadini e artigiani presto si accorsero degli errori fatti, ma oramai era troppo tardi per piangersi addosso, moltissimi terreni agricoli sono stati venduti per far posto alle industrie, al cemento, ai grandi magazzini.

Possiamo arrivare alla conclusione che, una persona che lavora in media otto ore al giorno, cinque giorni su sette, cinquanta settimane su cinquantadue l’anno, non può che uscirne totalmente sconfitta, sia fisicamente che moralmente. 

Con questo apparentemente innocuo meccanismo, ma in realtà micidiale per la mente umana, il potere si assicura che i suoi schiavi siano così presi dai loro doveri e dal pensiero di mantenersi, che non avranno certo il tempo per evolversi, diventando consapevoli delle proprie catene.

Daniele Reale

Testo estratto dal mio libro (non ancora pubblicato): 
"Di riposo non è mai morto nessuno"

1 commento: