domenica 20 dicembre 2015

La Tribù contro lo Stato: l’Anarchia Selvaggia

















La Tribù contro lo Stato: 
l’Anarchia Selvaggia



di Matteo Minelli


La civiltà, ovvero quel moloch di cultura, economia, politica, religione che da 5500 anni fa la voce grossa nel corso della storia, non fa altro che ribadire questo assioma trito e ritrito. Un postulato assoluto che siamo soliti collegare alla figura e all’opera di Hobbes, sebbene sia stato Freud a coniare nella sua chiave definitiva la celeberrima citazione. Una sentenza che, in tutte le svariate declinazioni, da almeno venticinque secoli viaggia di bocca in bocca tra filosofi, storici, dotti, santi, cantastorie e scienziati un po’ improbabili.

Da Plauto a Tucidide, da Sant’Agostino a Tommaso d’Aquino, da John Owen a John Adams passando per Machiavelli e Kant fino ad arrivare a Schopenauer, una nutritissima schiera di “pensatori” ha incessantemente alimentato il fantasma di una natura umana avida, meschina, cattiva ed egoista.

Che sia tutta colpa del peccato originale o del nostro discendere dalle ceneri dei perfidi Titani, o ancora dal nostro bagaglio genetico troppo affine a quello dei gorilla, fatto sta che sembriamo proprio essere inclini alla sopraffazione dei nostri simili.

E così l’uomo per poter tenere a freno i suoi malefici istinti deve gioco forza assoggettarsi a stati e governi capaci di imprigionare queste sue tremende pulsioni.  Ma quale stato e quale governo?


Menti raffinatissime” hanno prodotto un numero pressoché infinito di riflessioni, studi, libri e articoli in cui ci si è domandati come organizzare le istituzioni statali e governative. Ed è evidente che se ancora oggi ci si interroga su questo tema è sia perché non siamo affatto soddisfatti dai modelli attualmente in auge sia perché riteniamo impossibile sviare questo dibattito.




A nessuno, o meglio a pochissimi, viene in mente che in fondo si potrebbe vivere senza stato e senza governo. E questo nonostante tutte le forme di stato e di governo abbiano dimostrato nel corso della storia di essere un coacervo inestricabile di fallimenti, contraddizioni e violenza più o meno gratuita. 
E se invece non fosse così? 


Se questa idea di un’umanità barbarica e violenta fosse soltanto una visione culturale instillata nelle nostre menti e trasmessa di individuo in individuo nel corso dei millenni? 

Se quello stato di bellum omnium contra omnes non fosse mai esistito?


A questo punto dell’analisi sarebbe sufficiente una piccola digressione per dimostrare quanto imperatori, sacerdoti e legislatori, faraoni e rajah, consiglieri e senatori abbiano cercato in ogni modo di instillare nella mente dei propri sudditi, cittadini e seguaci l’idea che senza uno stato e un governo saremmo solo delle belve inferocite sempre pronte ad azzannarci reciprocamente; e dimostrare allo stesso tempo quanto questa idea abbia condizionato la storia di una parte dell’umanità. 




Per almeno 5000 anni abbiamo abbattuto tiranni e oligarchi, dittatori e scia; abbiamo sostituito i parlamenti ai monarchi, gli eletti ai nominati, il diritto degli uomini a quello di Dio; abbiamo modificato le istituzioni, scritto costituzioni e inventato associazioni, sindacati, partiti; eppure non siamo mai riusciti a superare quello steccato invalicabile edificato sull’idea che no, non possiamo vivere e prosperare senza un governo.




E tutto ciò è avvenuto mentre lì, proprio davanti ai nostri occhi, dalle steppe dell’Asia centrale ai deserti del Sahara, dai ghiacci della penisola di Terranova alla foresta Amazzonica, uomini e donne sono vissuti senza che un re, un governo e uno stato ne limitassero le libertà e ne condizionassero l’esistenza. 



Ancora oggi queste comunità ci dimostrano empiricamente che è possibile costruire società in cui non esiste la coercizione istituzionale e in cui gli individui godono di spazi di autodeterminazione e di partecipazione alla vita pubblica della comunità che noi possiamo solo sognarci di avere. 

Ma noi uomini civilizzati non avremmo mai potuto accettare l’esistenza di questi esempi perfettamente funzionanti di Anarchia Selvaggia, che di fatto rendono carta straccia parecchie pagine di molti cosiddetti “grandi pensatori”. 


Perciò abbiamo preferito negare l’evidenza ed opporre una serie di argomenti approssimativi racchiusi in due correnti tuttora in auge. Per la prima, semplicemente, le società “primitive” non sarebbero realmente anarchiche poiché ogni comunità ha il suo “capo” che proprio come i re barbari del basso medioevo possiede potere di vita e di morte su tutti gli individui del gruppo. Per la seconda scuola di pensiero invece questo stato di anarchia sarebbe soltanto sinonimo di incompiutezza: l’organizzazione sociale di questi uomini “selvaggi” rappresenterebbe una forma embrionale ed apolitica dell’autentica società umana, un bambino che deve ancora crescere.


Entrambe le tesi sono piuttosto etnocentriche e poco supportate da riscontri concreti.


Le società dell’Anarchia Selvaggia sono evolute, adulte e compiute. Spesso rappresentano la sintesi di un percorso lungo migliaia di anni. 


Un percorso, è bene sottolinearlo più volte squisitamente politico. Un percorso caratterizzato dal rifiuto netto e collettivo dello Stato. Se queste comunità non hanno uno stato non è per infantilismo, bensì è perché esse non lo vogliono. 



Rifiutano qualsiasi rapporto di dominazione interpersonale e frappongono ostacoli di ogni natura alla creazione di un organo di potere separato dalla società. È proprio questa la straordinaria forza delle tribù: organizzare società nelle quali il potere coincide perfettamente con il corpo sociale della comunità. Un potere indivisibile e soprattutto inalienabile. Ne consegue che quelli che noi chiamiamo, con un linguaggio tutto civilizzato capi, e che l’antropologia definisce invece Big Men, sono figure lontane anni luce da re, rappresentanti del popolo, parlamentari e presidenti. Come dimostrano molti studi etnologici compiremmo infatti un grave errore confondendo il ruolo che il prestigio personale può donare con l’effettivo potere che da esso deriva. 



I “grandi uomini”, peraltro presenti solo nelle comunità di determinate dimensioni, hanno raggiunto una posizione di prestigio attraverso il duro lavoro proprio e del nucleo familiare a cui appartengono. Hanno accumulato beni sfruttando se stessi e la parentela al fine di produrre un surplus da donare al resto della comunità (sì, avete capito bene!), avendo in cambio solo (si fa per dire) gratitudine e rispetto.

Tale meccanismo il cui premio finale  è il più delle volte una dose massiccia di autostima e orgoglio è diametralmente opposto a quello che caratterizza le società statalizzate in cui i leader gestiscono e si spartiscono tutti i beni realizzati dalla comunità. 

 Paradossalmente i Big Men sono oggetto di una sorta di sfruttamento da parte degli altri membri del villaggio, che grazie ai doni ricevuti possono permettersi di lavorare molto meno di coloro che noi consideriamo loro capi. Questo rapporto, in cui è palese quale sia la parte che nutre un obbligo verso l’altra, non è mutabile. Qualora il Big Man tenti di invertire il flusso dello scambio e trasformare il suo prestigio in potere la reazione della comunità non tarderebbe a manifestarsi: esilio e talvolta omicidio sono i mezzi utilizzati  per impedire l’avvento di quello spettro che è la divisione sociale.

È evidente: la società tribale più che essere una società senza stato è una società contro lo stato (come ha raccontato magnificamente Pierre Clastres). 

Risulta perciò difficile immaginare un punto di incontro, un continuum tra i figli dell’anarchia selvaggia e i figli della Civiltà, tanto ampia è la distanza che separa l’organizzazione politica degli uni da quella degli altri. Appare più semplice immaginare che la comparsa dello stato, il malencontre, come già nel cinquecento lo definiva quel genio ineguagliabile di Étienne de la Boétie, sia stato un grave punto di rottura di un equilibrio naturale sapientemente conservato per decine di migliaia di anni dalla nostra specie.

Concludendo possiamo affermare che Yanomani e Kung, così come Seminole e Guaranì ci insegnano che l’uomo è nato per godere di una libertà assoluta e non limitabile, tanto lontana dal libertinaggio individuale quanto dal liberalismo collettivo. 

Una libertà autentica realizzata in società perfettamente compiute, cementate da solidi legami interpersonali e basate sul rifiuto totale di organi di potere estraneo alla comunità. Una libertà che può sopravvivere solo in un rapporto tra pari, poiché ogni relazione di dominio risulta mortale per quel modello sociale. 





Una libertà che anche noi uomini 
della Civiltà abbiamo dentro e che 
dovremmo incessantemente 
cercare di far riemergere.




Leggi anche gli altri articoli della rubrica #oltrelaciviltà: “Oltre la Civiltà, la riscossa della Tribù nel terzo millennio“, “Distruggere la Civiltà per salvare la specie”, “L’uomo è in via di estinzione e finge di non saperlo”

Fonte: 
http://www.emergenzeweb.it/2015/12/la-tribu-contro-lo-stato-lanarchia-selvaggia/

sabato 19 dicembre 2015

Da Baphomet a Cristo - Storia occulta dell'uomo



Divino: provenendo tutti dallo stesso Padre, siete tutti fratelli”.

Secondo l’antroposofia, il male non esiste. Esiste solo il Bene. Il male è bene diminuito. Inoltre vi sono due entità o “agenti” che determinano il “crescere o il diminuire” del male e del bene. L’entità di Arhimane e di Lucifero: Il polo negativo e il polo positivo. Spesso sono entrambi intesi come una medesima “persona”. Si dice che Satana abbia preso tale nome quando decadde da Angelo a demone. Prima il suo nome era Lucifero. Questo ce lo racconta la chiesa cattolica...



Ma per l’antroposofia invece, Lucifero è quella forza che tende ad alimentare al massimo la passione, il fanatismo ascetico, l’esaltazione, l’eroismo, lo spiritualismo mistico. 

E’ quindi una forza “positiva”: può produrre un “grandissimo bene”. Al punto che “troppo bene” può addirittura far male: un individuo che si staccasse dagli impegni della realtà fisica (come uno Yogi, un asceta) sarebbe “ispirato da Lucifero”.





Invece Arhimane è quella forza che porta al massimo del materialismo, a rinnegare lo spirito, a farci credere di poter realizzare l’immortalità entro il mondo fisico, in un corpo di carne, senza necessitare di nessun paradiso celeste, di nessuna divinità esterna.




"Lucifero vuole donarci già ora una vita come angeli indipendenti, anarchici; Arhimane vuole farci Dei immortali sulla Terra." 
In mezzo a queste due forze vi è l’uomo. 
E’ l’essere che deve bilanciare le due azioni. 

Questo indica a noi, che nei loro appropriati e cosmici scopi, Lucifero ed Arimane possono lavorare utilmente per l’evoluzione umana; se compresi e avvicinati in modo errato, sono invece dannosi.

Nel gruppo ligneo scolpito da R. Steiner e presente entro il “Goetheanum” di Dornach si può vedere rappresentata l’immaginazione di Lucifero, Arhimane e l’uomo, divenuto modello cristico.

Le forze luciferiche contenute nel nostro sangue, quelle che producono in noi esaltazione e fanatismo, ci spingono ad attività febbrili, al limite dell’esasperazione fantastica. 
Le forze arimaniche entro le ossa ci portano invece al gelo, all’irrigidimento sclerotico, all’aridità e alla freddezza nei rapporti. Nel sangue vi è “super vita” euforica: nelle ossa vi è la morte.

Lo scopo di Lucifero è che l’uomo arrivi a rinnegare Dio e gli angeli, rendendolo un vero “ribelle”. Lo scopo di Arimane è imprigionare l’uomo in un’illusione di libertà materiale scientifica, per renderlo suo schiavo.

Le forze luciferiche si sono insidiate nell’uomo nell’epoca lemurica: sono quelle forze che lo mettono in grado di infiammarsi, di ardere d’entusiasmo per tutto ciò pensa, sente e vuole. Forze che lo rendono libero di pensare, sentire e volere in modo indipendente, mentre prima era guidato da pensieri e sentimenti divini. Cessando la “guida” dall’alto, l’uomo divenne soggetto al male: trovandosi coinvolto in brame e passioni. Tramite le sue opinioni, i suoi opportunismi sensuali cominciò “scegliere” per il proprio rendiconto, perdendo il senso oggettivo dell’esistenza cosmica e della sua vita.

Le forze arimaniche: L’insidiamento all’interno dell’uomo delle forze luciferiche, permise l’intervento dell’azione dall’esterno da parte delle entità arimaniche, nell’era atlantica. Lucifero agisce dall’interno dell’anima, facendo leva sul potere di identificazione dell’ego con le passioni e le brame. Arimane agì dall’esterno, inserendosi entro il contenuto percettivo esterno che entra nell’uomo e il rappresentare umano. 


Nelle religioni non appare quasi mai 
la dualità Lucifero-Arimane
di fatto solo l’esoterismo conosce questo. 

Nel vangelo di Marco, vediamo però usare la parola “demonio” per indicare Lucifero, e “satana, diavolo” per indicare Arimane.


Lucifero: alterazione all’interno dell’uomo

Arimane: alterazione del mondo esterno

Le passioni e le brame vengono infuse all’uomo da Lucifero. 
Il modo in cui l’uomo divenne preda delle seduzioni di Lucifero, determinò una parte del suo karma. Se l’uomo non avesse ricevuto l’impulso luciferico, sarebbe rimasto come insensibile, neutrale di fronte alle impressioni esteriori. Tutto il mondo esteriore apparve di conseguenza molto diverso, molto più seducente di quanto sarebbe stato senza l’impulso luciferico. Lucifero diede all’uomo l’occasione di poter accorgersi dell’esistenza di un mondo interiore.

Questa constatazione diede adito ad un’altra potenza, Arimane, di infiltrarsi nelle percezioni esteriori umane. Questi, diede all’uomo la sensazione che contrapposto al suo mondo interiore esisteva anche un mondo esteriore. Arimane penetrò nella sfera rappresentativa umana, alterando i contenuti che dall’esterno giungevano all’interno dell’uomo. 

Nacque la “maya” o alterazione della realtà: illusione
Il problema dell’illusione della realtà esteriore non riguarda il mondo, ma l’uomo. Il mondo esterno esiste di per sé e di fatto, è collocato in una sua realtà autentica, ma assolutamente non nella forma in cui appare ordinariamente alla coscienza umana lucifero/arimanica.

L’influsso arimanico fu una conseguenza dell’influsso luciferico. 
Si può dire che Lucifero penetrò nel corpo astrale umano, Arimane nel suo corpo eterico. Ma la penetrazione nell’eterico, essendo quest’ultimo il veicolo in cui si estrinseca la percezione, causò l’alterazione del mondo esteriore. Quindi in questi termini, così come è possibile dire che Lucifero penetrò nel mondo interiore umano è anche possibile dire che Arimane penetrò nel mondo esteriore. Arimane si immischia nelle percezioni umane e penetra all’interno dell’uomo, dall’esterno.

In virtù di tali vicende l’uomo cominciò ad impigliarsi con le forme illusorie terrestri. Lucifero stimola dall’interno brame e passioni nel corpo astrale umano; Arimane inocula errori ed inganni nei confronti del mondo esteriore. L’essere umano è il perno della bilancia su cui si trova sul piatto di destra Arimane, su quello di sinistra Lucifero. E’ suo compito mantenere l’equilibrio fra i due.

Sino a che si concepisce nel mondo solo una dualità di “super bene luciferico” e di “super male arimanico” non si arriverà mai a nulla. Si deve trovare in sè la forza che riesce ad armonizzarli, ad equilibrarli, per utilizzare entrambi come propulsori spirituali per la propria evoluzione interiore.

E questa forza equilibrante si chiama “Io” o Cristo.

Fonte: web

venerdì 18 dicembre 2015

Malasanità: ne uccide più la medicina che gli incidenti stradali.




Malasanità: ne uccide più la medicina 
che gli incidenti stradali.

Medicina assassina” è un saggio sulla malasanità, frutto del lavoro di un gruppo di ricercatori (Gary Nul, Carolyn Dean, Martin Feldman, Debora Rasio, Dorothy Smith) che, basandosi su prove evidenti, dimostrano come il sistema sanitario faccia più male che bene poiché sono circa 2,2 milioni  le persone che ogni anno manifestano reazioni avverse ai vari farmaci prescritti. 

Parliamo di farmaci, esami o interventi prescritti ogni anno ma non necessari, come 20 milioni di antibiotici, 7,5 milioni di procedure mediche e chirurgiche, 8,9 milioni di pazienti sottoposti a ricovero ospedaliero e circa 800.000 decessi provocati dalla medicina tradizionale solo negli Stati Uniti.

Naturalmente dietro a questi numeri vi sono una serie di concause che vanno dai lobbisti delle case farmaceutiche alla F.D.A. (Food and Drug Administration) che si oppone all’uso di prodotti naturali. È in questo contesto che si inserisce il lavoro del Nutrition Institute of America.

In una ricerca indipendente l’istituto, che tiene a precisare che gli unici dati che ha tenuto in considerazione provengono dagli studi scientifici pubblicati sulle riviste mediche (quindi a rigor di logica inattaccabili), sostiene che la medicina convenzionale sia la principale causa di morte.

Ad aprire il vaso di Pandora sulla malasanità fu il dottor Lucian Leape , un ricercatore che nel suo lavoro del 1994, “Error in Medicine”, stimò che almeno 180.000 decessi (e solo negli Stati Uniti) ogni anno fossero dovuti a errori della medicina tradizionale. Leape si rese conto che questi numeri rappresentavano solo la punta dell’iceberg. 

Molti sostennero che la percentuale di fallimento della medicina ufficiale si aggirasse intorno all’1%, Il dottore rispose che un simile tasso di fallimento, se applicato al campo dell’aviazione civile, avrebbe significato due aerei di linea che falliscono ogni giorno l’atterraggio, presso il solo aeroporto della sua città, oppure 160.000 lettere perse ogni giorno da parte del sistema postale nazionale, o ancora, per fare un raffronto con il sistema bancario, il trasferimento di 32.000 assegni ogni giorno su un conto corrente sbagliato.

A rincarare la dose arrivò il Journal of American Medical Association, il quale sostenne che:


“Più di un milione di pazienti subiscono lesioni negli ospedali Usa ogni anno,
 e circa 280.000 persone muoiono ogni anno in conseguenza dei danni riportati. Inoltre, la percentuale di morti iatrogene 
(ndr: cioè causate dai medici o dalla medicina) fa apparire 
ridicolo il tasso di mortalità annuale per incidenti automobilistici 
(45.000 vittime) e risulta responsabile di più decessi di tutti
 gli altri incidenti messi insieme”.


Altro problema serio sono poi gli errori medici che non vengono denunciati, per proteggere il personale o per evitare procedimenti legali, come affermò il dottor Leape. 

Uno studio del 2002 mostra che il 20% delle medicine somministrate in ospedale aveva un dosaggio errato e di queste il 40% era potenzialmente dannoso per il paziente. E si calcola che ogni anno a subirne i danni siano circa 417.908 persone, mentre per il New England Journal of Medicine un paziente su quattro ha subito effetti collaterali derivanti da oltre 3,34 miliardi di farmaci prescritti solo nel 2002. In questo contesto va anche ricordato l’immenso mercato che ha generato i vari “modificatori dell’umore”, come il Prozac, il Ritalin o lo Zoloft.

Arrivati a questo punto possiamo iniziare a porci la prima domanda: i medici di base hanno un secondo lavoro come rappresentanti di compagnie farmaceutiche? 

Nei primi anni ’90 il dottor Leape scrisse che il 30% degli interventi chirurgici non erano necessari: si va dal taglio cesareo, alla tonsillectomia, l’appendicectomia, l’isterectomia, la gastroectomia e le protesi al seno. Di questi, il 17,6% degli interventi consigliati non veniva confermato da un secondo parere e su base nazionale gli interventi non necessari erano calcolati in 2,4 milioni con 11.900 decessi per una spesa complessiva di 3,9 miliardi di dollari. I miracoli della sanità privata tanto cara ai liberalizzatori compulsivi.

E vogliamo parlare dei raggi x. Uno studio condotto su 700,000 bambini in 37 ospedali conclude che nei bambini nati da madri sottoposte a radiografie pelviche durante la gravidanza, la mortalità tumorale era del 40% più alta dei figli di donne non esposte a radiazioni. Il dottor John Gofman scrisse ben cinque libri scientificamente documentati fornendo prove esaurienti sul fatto che le attrezzature tecnologiche mediche, come raggi x e TAC, contribuiscano all’insorgere del 75% dei tumori

Naturalmente il dottore precisa a più riprese che a provocare il danno siano una serie di combinazioni, comprese, quindi, il fumo, l’aborto e l’uso di contraccettivi orali...

Naturalmente non bisogna cadere nella tentazione di affermare che questi sono studi che riguardano solamente il sistema medico americano perché, come osservò il Journal of Healt Affairs, studi alla mano, le vittime di errori medici sono del 18% in Gran Bretagna, del 23% in Australia e in Nuova Zelanda, del 25% in Canada e, quindi, del 28% negli Stati Uniti. E ancora, a tutto questo va sommato, come sostiene il dottor Robert Epstein della Medco Healt Solutions Inc., il consumo di farmaci tra i 6,3 milioni di anziani che hanno ricevuto circa 160 milioni di prescrizioni con una media di circa 25 all’anno per ogni singolo paziente.

Come se non bastasse, tutti questi studi sulla malasanità non tengono poi conto dei decessi causati dalla chemioterapia contro il cancro, poiché numerosi sono gli ostacoli da scavalcare per certificarli: non solo ci si trova davanti a un muro di gomma alzato dai lobbisti, ma anche – cosa forse ancora più grave – di fronte all’ostruzionismo dello Stato stesso, che ancora oggi non sottopone a verifiche imparziali tutte quelle terapie alternative che non producono un profitto per le case farmaceutiche, o che firma Ne uccide più la malasanità, che gli incidenti stradali., che poi butta regolarmente via, dopo aver fatto un grande favore a Big Pharma (e questo blog è stato spesso avanti di mesi rispetto ai media tradizionali nel denunciarlo. Vedi: “La rete è due mesi avanti sugli altri media“).